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domenica, 29 giugno 2008

RECENSIONE DE LA PERSA, SCRITTO DA NEVIO SPADONI INTERPRETATO DA DANIELA PICCARI

Un palco vuoto, un’orchestra, un coro, una bambina, sei ragazzi che ondeggia al vento e crea movimento che è forza vitale e propulsiva, una scenografia ridotta al minimale che si compone quasi esclusivamente di riprese video in dissolvenza a fare da sfondo ad un’attrice minuta, vestita di nero, con un grande cappello di paglia. Pochi elementi, in funzione di una poesia capace di emozionare e far perdere lo spettatore in un inconscio gravido di simbologie e significati, di grida di aiuto e denunce di un mondo medievale che dal passato storico si tramuta fatalmente in presente agli occhi di chi ascolta le parole di questa sibilla, unica portatrice di salvezza per chi vive nel mare putrescente della contemporaneità.  Daniela Piccari compare in scena salendo una scala a pioli, ed è illuminazione! Sorprendente ed abbagliante nel suo incarnare un personaggio confuso dall’immensità che ha in sé e che si concretizza attraverso le parole taglienti di Spadoni. Una coppia che sul palcoscenico raggiunge il culmine del teatro con la violenza della vera Arte. A dare sostegno ed eco alle parole della protagonista, la musica di Luciano Titi svolge i ruolo di impalcatura e manto che riveste di melodia, dolce e crudele, le visioni profetiche della Pérsa sottolineate anche dal coro che popola la sua mente e ne commenta ogni sillaba. Tutto concorre a sottolineare la rivelazione salvifica, rendendola il centro del senso della rappresentazione. I movimenti del coro in scena, grazie al magistrale lavoro di Roberto Di Camillo, rendono i ragazzi materiale plasmato ad immagine ed uso della sibilla abbandonata, rigettata dal popolo per cui lei profetizza salvezza. Scaraventati nella mente della protagonista, isolati e impauriti, circondati dai versi di Spadoni ambientati nel 1100 ma attuali oggi come lo resteranno in futuro. Un’opera che è già un classico in virtù di questa immortalità. Pochissimi sanno guardare il mondo come fa questo poeta, e solo i più grandi scrittori lo sanno descrivere con la dolcezza e la severità di cui lui è capace. Di certo, solo Daniela Piccari poteva interpretare il testo in modo memorabile ed immortale. Così è stato.

postato da: Rogueleader alle ore 15:22 | link | commenti
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domenica, 04 maggio 2008

Per maggiori informazioni: www.jofc.net

Non sarò breve....

e perdonate gli errori, ma sono veramente distrutto....

Vale comunque la pena, ora, di cominciare con un bel: Che CONVENSCION!!!!!!!!!! (detto in romagnolo....) Razz

Beh, è la Yavincon, quindi più o meno tutti sappiamo di cosa si tratta... quattro giorni spettacolari, dove la vita vera va bellamente a quel paese e tutti noi abbiamo il piacere di tuffarci in universi inventati che per quelle ore diventano reali. è incredibile entrare in quella grande (non molto, ma vabbé) sala e sentire in un angolo una discussione riguardante quale scuola abbia frequentato Peter Parker, oppure origliare qualche confronto sulle conoscenze individuali in materia di meccanica di un X-Wing.

Tutti amici, che si abbracciano e si rincontrano dopo un anno di separazione dettata dalla lontananza. ma anche nuovi legami che nascono, che crescono affondando le radici nella passione comune e che si nutrono di consigli su come realizzare un particolare del prossimo costume, per ambire alla coppa della gara di cosplay.

Per me è stato un anno in cui si è sentita molto la mancanza di Federico e Priscilla, carissimi amici. E' stata però un onore l'investitura del presidente che mi ha permesso di organizzare le attività JO in libertà. Questo mi ha portato naturalmente alla conferenza sulle nuove serie TV starwarsiane (e che divertimento, per me che nulla sapevo e parlavo del niente con, ammetto, rara maestria - al punto da beccarmi mille complimenti e una medaglia). Ma anche ad organizzare ben due squadre partecipanti allo Star Pursuit: una, "quelli che abitano sul pianeta che è più lontano dal centro luminoso della galassia, a patto che tale centro luminoso effettivamente esista" capitanata da me medesimo, che è partita in quarta con due lauree - perse poi grazie alla nuova introduzione dell'"attacco alla morte nera"... lasciamo perdere.... puntavo al Quadinaros, che però non è arrivato (e ciò mi ha sorpreso non poco); l'altra, "alliance fett outcasts", capitanata dalla fenomenale Kayla, che è arrivata ad un soffio dalla vittoria, mancata per sole due risposte giuste date in meno nel corso delle tre ore di gioco.

certo, le soddisfazioni non sono mancate.. il premio della giuria alla Omega Squad e il secondo posto come costume maschile, sempre ai Republic Commando infiltrati, il secondo posto come costume femminile di Gloria.... FANTASTICI!!!!!

continuo con le impressioni personali.... rivedere Silvia, Claudio, Alessandro, Matteo e tutti i ragazzi del club è stato meraviglioso. Come lo è stato tessere rapporti di amicizia profonda con Flavio e i giovani virgulti di AFFC (ai quali dico, comunque, che doveva vincere il 19, che conserverò sempre come divertentissimo ricordo Wink ).

a sorpresa, mi sono anche divertito a impersonare il Clone Trooper nello spettacolo organizzato da JK, che quindi non ho potuto vedere e sul quale di conseguenza non posso dare pareri. Una vestizione che ha seguito il mio esordio con l'armor da truppo avvenuto la sera dell'1 maggio, in piazza a Cesenatico, nella sfilata per gli autoctoni. Poca aria e tante foto. Il mio ego ringrazia. Smile

emozione ultima, ma non ultima, quella di vedere Peter Miao, Chewbacca, davvero impressionante per altezza e simpatia. Ho pure fatto la foto, e come al solito sarò venuto con una faccia idiotissima senza volerlo....... appena la visionerò posterò anche quella.
naturalmente autografo alla miniatura e anche un regalo alla mia ragazza, con dedica. soldi buttati perchè non gliene può fregar di meno... Smile ma chissene Smile

Concordo con federico su Martina (Visas) e Hett, splendidi costumi. All'entrata di Visas mi è venuta la pelle d'oca, e subito sono andato a scrivere il suo numero sulla scheda di votazione (non vi dirò la posizione, però Razz).

E adesso, a casa dopo questi quattro giorni, come al solito la nostalgia mi assale. Confesso che qualche lacrima mi è scesa in macchina, tornando alla mia casetta, perchè per un altro anno non potrò tuffarmi in questo mondo così vicino ma sempre così maledettamente lontano. e poi ho ripensato alle amicizie che ho rinsaldato, a quelle che ho recuperato, all'abbraccio con Paolo, con Gianluca, con Alessandro (in effetti ho abbracciato un po' tutti, avevo bisogno di coccole....).
In attesa della prossima adunata in quel di Cesenatico.

Nella tristezza, comunque, la gioia di aver contribuito a tutto questo in prima persona, il divertimento di questi giorni, e la felicità nel poter ringraziare di vero cuore:
Federico, per avermi permesso di essere il suo sostituto (e spero di esserne stato degno).
Alessandro, per avermi proposto come clone sostitutivo nello spettacolo (e mi sono proprio divertito), e per essermi stato vicino con Serena (simpaticissima) in un momento un po' storto, al freddo e al buio, facendomi ridere come solo lui sa fare.
Silvia, perchè senza di lei e le sue parole in quella sera buia avrei sfasciato a calci le poltroncine del signor Mulas.... Ti voglio davvero tanto, tanto bene!
Claudio, perchè è un amico vero, sincero, di quelli che vedi una volta ogni due anni ed è come non essersi mai lasciati.
E poi, lasciatemeli nominare: Matteo, Davide, Gloria, Paolo, Flavio, Jacopo (vedi che il nome me lo sono ricordato, ora? Smile ), Luigi (sei il meglio!), Laura, Kin Men Go (il vero re di tutte le Ycon), e poi quelli di cui non ricordo il nome per via dell'Alzheimer, "The Revenge of Lord Fener" su tutti.
Come si dice in questi casi, sicuramente ho dimenticato qualcuno, ma non me ne vogliate, non lo faccio con cattiveria, è solo la stanchezza e la voglia di tener stretti i ricordi delle situazioni e dei momenti fantastici che abbiamo vissuto.

Ma soprattutto, anche se in ritardo: AUGURI PRISCILLA!!!!!!!!!! Very Happy
postato da: Rogueleader alle ore 21:23 | link | commenti (1)
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martedì, 04 marzo 2008

Ringrazio Chiara Sole per la gentilezza e invito tutti a visitare il sito www.chiarasole.it per informazioni e per aderire al progetto "1 pixel contro anoressia e bulimia".
postato da: Rogueleader alle ore 12:52 | link | commenti
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lunedì, 03 marzo 2008

Intervista a Chiara Sole - La Voce di Romagna - 03/03/2008

Chiara Sole è rinata dopo 14 anni nell’inferno di anoressia e bulimia. Ha donato la sua esperienza a chi soffre di questi problemi per aiutare i ragazzi e le ragazze attraverso la comunità Mondosole (www.chiarasole.it) e le campagne di sensibilizzazione ad essa collegata, attraverso il progetto “1 Pixel Contro” e con l’aiuto di esperti psicologi e psichiatri. Tutto questo per combattere attraverso la sua luce le tenebre di una malattia tanto diffusa quanto pericolosa ma ancora, ai più, sconosciuta.

Quando e come è iniziata la sua esperienza?

A 11 anni, in quinta elementare. Tutto è nato dal sentimento di inadeguatezza: mi sentivo ingombrante in ogni situazione. Ho iniziato con l’anoressia perché il voler dimagrire equivaleva al desiderio di scomparire. Me la sono presa col mio corpo; dovevo dimagrire, sottrarre peso, prima con una dieta poi sottraendo sempre di più. Andavo avanti con la compulsione, il bisogno di togliere, di annullarmi. A questo si associavano le crisi di nervi, gli scatti emotivi che aumentavano anche la conflittualità e la rabbia verso i miei genitori, con l’alternarsi di momenti di amore a momenti di profondo odio. Attorno ai 14 anni sono passata alla bulimia. Per un ungo periodo oscillavo tra i 36 ai 90 chili, anche nell’arco di pochi mesi. Arrivavo a mangiare 20 chili di pasta al giorno, vomitando 40 volte nell’arco delle ventiquattro ore. Quello a cui meno si pensa e che maggiormente colpisce anche chi si trova ad affrontare in prima persona questa malattia è la violenza della compulsione, il bisogno viscerale che fa perdere ogni razionalità. Io dovevo mangiare, e mangiavo qualsiasi cosa trovassi. Era una dipendenza e quando entravo in crisi d’astinenza mangiavo di tutto. Il cibo diventa una vera droga, alla quale io associavo l’alcool per cercare di anestetizzare il dolore profondo che sentivo.

Cosa le ha permesso di dare una svolta agli eventi, di iniziare il percorso di guarigione?

Le prime esperienze non sono state positive. Ho provato molte cure: alcune totalmente inutili, altre non risolutive ma che comunque mi hanno dato qualcosa di positivo. Il periodo più duro, attorno ai 18 anni, è stato quello del ricovero e dell’autolesionismo. Ogni momento e ogni oggetto erano buoni per farmi del male, pur di non dover sopportare il dolore dell’astinenza. Quello che ha permesso la svolta sono stati tre anni di analisi che mi hanno portato a capire il perché della mia malattia. Non è una scelta, ci sono cause e motivazioni profonde e complesse. Le ho metabolizzate e sulla loro comprensione ho potuto costruire la mia nuova vita. Anoressia e bulimia diventano la tua identità, sono te stessa, e non è possibile separarsene senza una profonda analisi e comprensione.

Quanto conta l’informazione, per prevenire e guarire da questa malattia?

Conta moltissimo per le persone che vivono intorno ai malati. Intanto per sfatare il concetto banale della ricerca del colpevole (società, famiglia, ...) perché trovare una colpa non è la cura per questo male. Invece di spiegare la sofferenza, in questo modo la si banalizza. La società come concausa può esserci, ma è molto riduttivo. Ci sono troppi motivi profondi legati al mondo interiore di ciascuno. Serve quindi un’informazione sana, che non sottrae le cause ma le aggiunge, per portare a nuove scoperte sull’individuo e a nuove possibilità di interazione; per trovare un percorso di comprensione e cura.

Sembra che, nonostante siano malattie diffusissime, si tenda ad evitare di parlare di anoressia e bulimia, quasi fossero un tabù.

È vero, e penso che molto sia dettato dal timore. Cibo e corpo sono intimi e sconosciuti, per questo fanno paura. Questi disturbi possono toccare tutti, quindi evitarli e minimizzarli forse serve ad allontanare questa profonda paura.

Quale può, e deve, essere il ruolo della famiglia?

Il sostegno concreto dei familiari è molto importante, in parallelo alla cura della malattia. Occorre istruirli, dai consigli concreti sula gestione alla comprensione del problema, affinché facciano parte della terapia.

Cosa invece la famiglia non deve fare?

Generalizzando, perché ognuno ha problemi e sensibilità diverse, consiglio di non parlare mai di cibo e di corpo. Parlando in famiglia di questo si viene inglobati dal sintomo stesso e ciò non fa che aggravare il sentimento personale verso la propria persona.

Ha detto di aver cominciato proprio da una dieta. Come vede le diete facili proposte periodicamente dai settimanali?

Sono una tragedia. Le richieste di aiuto arrivano soprattutto dopo l’estate o le festività, in cui le ragazze escono esperienze deleterie con questo tipo di diete. Chi proietta allo specchio le sue paure corre ai ripari con ogni mezzo, e la diffusione e la pubblicizzazione di questi prodotti è estremamente negativa.

Cos’è Mondosole?

Nasce da trattamento clinico ed esperienza. Il dottor Mugnani ed io abbiamo creato una comunità diffusa, in cui le persone affluiscono da tutta Italia e si stabiliscono a Rimini. È fondamentale, per noi, che i ragazzi si costruiscano una nuova vita, dalle terapie ai confronti di gruppo, dal lavoro alle uscite serali assieme, creando strette amicizie. Perché rifarsi una vita è molto importante, è riscoprire la propria vita senza le anestesie dell’alcool e senza i dolore della malattia.

Cosa vuole dire ai ragazzi e alle ragazze che soffrono di queste malattie e alle loro famiglie?

Ai ragazzi cerco sempre di invitare a non avere vergogna: chiedere aiuto è un atto di forza. Alle famiglie di chiedo non abbandonarsi al desiderio di risolvere queste malattie in casa. Non rimandare, ma rivolgersi a persone esperte e chiedere vero aiuto.

postato da: Rogueleader alle ore 13:47 | link | commenti
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Happy Days - La Voce di Romagna

Quando ormai la televisione si profila sempre più deludente dal punto di vista qualitativo, i dvd giungono in soccorso di spettatori di ogni età con la riproposizione di uno dei prodotti migliori della televisione americana degli ultimi 30 anni: Happy Days Una serie di uscite che rendono onore a quelle che presto sarebbero diventate le icone non solo di una generazione, ma di un’epoca. Gli anni ’50 che Happy Days racconta sono il ritratto di un paese, quello americano, visto dalla provincia attraverso gli occhi di un gruppo di liceali, della musica dei jukebox e delle abitudini della famiglia borghese per eccellenza: i Cunningham. Proprio loro sono il fulcro attorno a cui ruotano tutti i protagonisti: da Alfred, gestore del mitico Arnold’s, a Fonzie, icona alla James Dean sempre circondato da ragazze che accorrono al solo schiocco delle sue dita. Fonzie è sicuramente la ragione del successo della serie essendo il personaggio più amato perché non sempre in linea con lo spirito della serie stessa, che a tratti si fa troppo piena di buoni sentimenti (un personaggio che con gli anni si è fatto latore di messaggi etici e morali perché più imitato dai giovani spettatori). Sempre frizzante nelle battute, Happy Days resta un perfetto ritratto dell’epoca dei mutamenti, dei grandi sogni e delle speranze dei giovani. Una lezione di costume e di storia svolta con divertimento e spessore morale, mai retorica e di certo mai noiosa. Certo sono indimenticabili Howard Cunningham e la moglie Marion, rappresentanti dei valori dell’epoca, ma ciò che rimane alla memoria sono soprattutto l’“ufficio” di Fonzie, la timidezza di Richie e le battute di Ralph Malph. Una serie da riscoprire e far riscoprire ai ragazzi che ormai masticano solo i cliché del Moccia di turno. Personaggi ben costruiti, trame che puntano al puro divertimento, ritratti di un epoca d’oro che ha segnato il mondo. Ingenuità, forse, agli occhi di oggi, ma sempre una rilevante attenzione alla qualità. E da sfondo, la grande lezione che questi ragazzi lasciano trasparire: l’amicizia è il vero ingrediente per superare ogni ostacolo.

postato da: Rogueleader alle ore 13:46 | link | commenti
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Una Serie di Sfortunati Eventi - La Voce di Romagna

Un po’ di cultura, nei racconti per l’infanzia, non guasta mai. Esce in questi giorni l’ultimo volume della saga Una Serie di Sfortunati Eventi, dell’autore conosciuto dietro lo pseudonimo di Lemony Snicket. Tredici libri per tredici capitoli l’uno che compongono un esperimento innovativo apprezzato da critica e pubblico e che vede l’accostarsi della storia letteraria alle vicende frizzanti e piene di avventurose tragicità di tre fratelli, orfani, inseguiti da uno zio tanto malvagio quanto sfortunato che vuole mettere le mani sulla loro eredità aiutato da una improbabile compagnia di attori dilettanti. Una tragedia a misura, naturalmente, di bambino, sotto la quale domina sempre il sorriso e la luce della speranza che la famiglia possa tirare fuori da ogni impiccio. La grande cultura dell’autore si riscontra nei nomi dati ai personaggi, con un preciso riferimento ad essi nella loro descrizione (gli orfani Baudelaire, l’avvocato Poe, sono solo un esempio), e nelle ambientazioni che ricalcano gli sfondi tipici delle novels americane dagli anni ’60 ad oggi. Una grande padronanza del linguaggio e arzigogoli lessicali condiscono le vicende con una frizzante scrittura che fa venire voglia di leggere e rileggere qualsiasi cosa, alla ricerca dei giochi di significato che i libri possono racchiudere. A questo si aggiungono l’ironia e le beffarde concatenazioni di eventi che spingono i tre protagonisti ad avanzare stretti l’uno all’altro verso la scoperta della verità sulla scomparsa dei genitori. Un modo per riscoprire i libri, dal primo Un Infausto Inizio, che facilmente diventeranno un classico per l’infanzia; ma anche una scusa per recuperare il divertente film che riunisce i primi tre volumi di Snicket e in cui Jim Carrey recita il ruolo del perfido zio Conte Olaf. Tante emozioni, tanto divertimento, tanta avventura, con un pizzico di malinconia che porta ad una grande partecipazione emotiva. Così, dopo l’ottimo Harry Potter, vale la pena fare un salto nella narrativa americana e lasciarsi trasportare nel mondo reale per scoprire come questo non sia affatto meno magico di Hogwards.

postato da: Rogueleader alle ore 13:45 | link | commenti
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DCA e Cinema

I disturbi del comportamento alimentare non hanno mai trovato grande spazio nel cinema internazionale. Forse un tabù che ancora deve trovare una strada per essere proposto al grande pubblico, o forse un problema tanto grave che resta intoccabile per la drammaticità delle storie che chi ne è uscito racconta a proposito delle sue esperienze. È difficile, infatti, rimanere impassibili di fronte ai racconti di vita che le ragazze e i ragazzi colpiti da questa malattia esprimono, anche solo con il proprio corpo e i propri comportamenti. Siamo lontani da quella Grande Abbuffata datata 1973 in cui Ferreri fa trionfare il cibo sull’uomo. Ora l’ossessione è quella della linea, del peso, del rifiuto del corpo. Ecco allora che timidamente si fa largo nei primi pionieri il problema del Disturbo del Comportamento Alimentare. Nel 1996 Maurizio Fiume realizza Isotta, in cui si accosta al tema dell’obesità; come lo farà Matteo Garrone nel 2004 con Primo Amore, in cui è l’anoressia ad emergere nella relazione tra Vittorio e Sonia.Ma ancora i problemi emergono poco dallo sfondo. Il primo film italiano a parlare esplicitamente di anoressia è il televisivo Briciole, di Ilaria Cirino, 2005, tratto dall’omonimo libro di Alessandra Arachi. L’annullamento del desiderio, i rituali ossessivo-compulsivi legati al peso e il dramma familiare sono delineati e descritti in maniera esplicita. Gli Stati Uniti hanno provato invece ad affrontare il problema con il sorriso, proponendo Starved, una serie in 7 episodi che portò nel 2005 un gruppo di supporto per persone affette da disturbi del comportamento alimentare a confrontarsi in nome della commedia. In campo internazionale il prodotto forse qualitativamente più alto è il documentario di Lauren Greenfield Thin, prodotto nel 2006 dalla HBO. Ciò che lo rende di certo migliore dei titoli sopra menzionati è la semplicità con cui le quattro storie di disturbi alimentari vengono raccontate da altrettante ragazze che vivono tuttora questo dramma. Un modo per provare a capire meglio il loro mondo, e per sapere come affrontare il dramma di chi ci è caro e soffre, come queste ragazze, in silenzio.

postato da: Rogueleader alle ore 13:44 | link | commenti
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Lettera di Lara - DCA

Questa è una testimonianza scritta da Lara, 17 anni, una ragazza che con determinazione è uscita dal “girone” dell’anoressia e può raccontare la sua esperienza aiutando chi ancora lotta con questo gravissimo disturbo.

L'anoressia è [...] qualcosa che ti cresce dentro, che pian piano inizia a divorarti fino al punto di lasciare del tuo corpo soltanto lo scheletro. Si inizia a digiunare con l'intenzione di calare solo quei 2-3 chili che "pesano" sul tuo aspetto fisico, ma ti ritrovi ad aver sempre voglia di dimagrire, fino al punto di aver paura […] di quei pochi grammi che vanno ad accrescere il numero che vedi sulla bilancia l'ennesima volta che ti pesi nella stessa giornata. […] È terribile! La cosa che ami di più al mondo e che desideri con tutte le tue forze, il cibo, non puoi averla perché quello stupido numero te lo vieta. Soffri, e continui a soffrire come non mai! Vuoi smettere di pensare solo al cibo e alla pesata successiva, ma non ce la fai, è più forte di te... Togliendo il cibo ti precludi il fatto di poter crescere: continuare a vivere, uscire dalla fanciullezza ed entrare a pieno titolo nell'adolescenza. La determinazione di un anoressico è forte, così forte che contribuisce a consumarlo. Si arriva al punto che non si ha più la voglia di fare nulla, e tantomeno di sorridere o scherzare. Ma nonostante tutto, pur pesando solo 32 chili ed avendo ingurgitato con sofferenza un'unica foglia di insalata, hai il desiderio e la determinazione necessaria per uscire di casa e camminare per 2-3 ore senza mai fermarti o per concentrarti sui libri per uno studio alienante, per non prendere un voto inferiore all' 8 e mezzo o 9, che altrimenti non soddisferebbe quell'assurdo ideale di perfezione che ti tormenta. […] Non si tratta di una “malattia” fisica curabile solo con qualche medicina e flebo; dietro all'estrema perdita di peso c'è un mondo molto buio e complesso. […] Nessuno deve avere la presunzione dì dire ad un anoressico che soffre: ti capisco”, la bruttissima frase fatta che più che darti sollievo ti fa “incazzare a morte”. Mai nessuno potrà davvero comprendere cosa sta pensando, quali “demoni” sta combattendo, una persona che ha questo disturbo. La gente fa l'errore di pensare che il fatto di non mangiare sia solo il capriccio di tante ragazzine e ragazzini che vogliono essere più magri per somigliare ai modelli scheletrici che si vedono in tv. Niente di più sbagliato! Inizialmente può essere il desiderio di emulazione […] ma quando si entra nel vero e proprio girone dell'anoressia saltano fuori tanti altri problemi che annullano la situazione di partenza, fino a farla diventare una sciocchezza […] I veri disagi sono più celati. Le persone anoressiche si odiano sia da “grasse”(per modo di dire) che da “magre” (termine errato che significa "costituito da massa magra", cioè da muscolo, che nel caso degli anoressici non c'è quasi più). […] L'unico modo per uscire da questa malattia è desiderarlo! La devi sconfiggere con le tue forze. La famiglia, i medici, i dottori possono darti informazioni e quella piccola spinta iniziale, ma il lavoro grosso lo deve fare la persona interessata.

postato da: Rogueleader alle ore 13:44 | link | commenti
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Intervista a Marinella Di Stani sui DCA

Anoressia e bulimia nervosa sono sindromi che si riscontrano da almeno tre secoli all’interno dello studio del comportamento alimentare. Nel corso degli ultimi cinquant’anni sono stati sviluppati modelli per la diagnosi di questi disturbi che sono diventati standard nell’approccio a questo tipo di malattie. Dal 1995 si è sentita la necessità di inquadrare in un elenco diagnostico anche i soggetti di età inferiore ai 14 anni, in risposta ad un abbassamento dell’età di insorgenza di questo tipo di disturbi. Con il GOS (Great Ormond Street Criteria), si sono individuati cinque tipi di disturbo del comportamento alimentare (DCA): l’anoressia nervosa,  che prevede una perdita di peso a fronte di una distorsione cognitiva del proprio corpo, spesso correlata anche in età infantile a stati depressivi; il disturbo emotivo di rifiuto del cibo, con perdita di peso per lo più a fronte di disturbi dell’umore; la bulimia nervosa, che prevede una perdita di controllo del comportamento alimentare in cui si alterna rifiuto del cibo a iperalimentazione incontrollata; l’alimentazione selettiva, che prevede l’assunzione di una ristretta varietà di cibi, collegata con un disturbo comportamentale; la disfagia funzionale, generata dalla paura di soffocarsi con gli alimenti.

Anoressia e bulimia con sindromi che si ritrovano in tutti i paesi industrializzati del mondo, e che stanno comparendo nei paesi in via di sviluppo assieme alla diffusione dei costumi propri delle nazioni ricche. Il disturbo, che non prevede variazioni tra zone ad alta densità di popolazione e piccoli centri, e che si distribuisce in maniera uniforme nelle classi sociali, prevede su mille giovani donne (12-25 anni) tre casi di anoressia nervosa, dieci di bulimia nervosa, settanta di disturbi subliminali. Questi disturbi non colpiscono solo le donne. Il rapporto maschi/femmine è infatti di 1:10 per l’anoressia e di 1:20 per la bulimia.

Per capire meglio questo problema e come la famiglia può aiutare il processo di guarigione da quelle che si configurano come vere e proprie malattie sociali ho incontrato la Dottoressa Di Stani Marinella, Responsabile dell'Ambulatorio Multidisciplinare per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell'AUSL di Ravenna, operante sul territorio della provincia di Ravenna dal 1997.

Quali sono i fattori che possono portare all’insorgenza di questa sindrome?

I fattori che portano all’insorgenza e alla perpetuazione della sindrome sono molteplici. In primis si hanno i fattori predisponenti, quali quelli individuali, familiari e socioculturali. In particolare i tratti psicologici salienti sono le ossessioni di perfezionismo, che diviene patologico, e il rifiuto del proprio corpo. Sul versante familiare, sorelle o madri con DCA possono essere elementi scatenanti, assieme ai disturbi affettivi e al comportamento del gruppo familiare verso se stesso e verso il soggetto. Non ultimi giungono i fattori legati alla cultura: esaltazione della magrezza, mito della bellezza, richiesta di prestazioni straordinarie sono solo i più importanti tra i tanti fattori che bombardano la crescita degli adolescenti nei paesi industrializzati. Si trovano poi fattori di auto-perpetuazione della sindrome, come i guadagni secondari legati alla malattia (richiamo dell’attenzione su di sé o evitamento di situazioni sessuali e sociali angosciose, per esempio) e l’aggravamento della percezione dell’immagine corporea che scatena crisi bulimiche e successive contromisure difensive per riappropriarsi del controllo sul proprio corpo.

Come si pongono le diete, nei confronti dello sviluppo di queste problematiche?

Un elemento importante per gestire le sindromi e per evitarne l’insorgenza è sicuramente quello del controllo sulle diete. Le diete fai da te, che già inducono un sentimento di necessità di regolare il proprio peso negli adolescenti, possono provocare disordini alimentari e il loro abuso  può scatenare la sindrome. In caso di diete imposte ad un paziente affetto dalla sindrome, tale comportamento non può che aggravare i rapporti familiari, umiliare il soggetto nel corso della rieducazione e scatenare ulteriori danni nella fragilità e nella stima che il soggetto ha di sé.

Qual è quindi il corretto approccio per trattare la sindrome?

Questi disturbi devono essere individuati e curati da una equipe di specialisti diversi, tra i quali psichiatri, psicologi, pediatri e dietologi per stabilire dapprima un’alleanza leale e rispettosa con la paziente e quasi contemporaneamente stabilire un rapporto di collaborazione con la famiglia.

Non esistono al momento farmaci specifici per questo disturbo; l’accento è da porre quindi nel dialogo, nella comprensione e nell’indirizzamento umano del paziente verso una cura prima di tutto del disturbo psicologico. Serve una grande empatia e il mostrarsi una guida seria trasmettendo la motivazione da sé alla paziente e alla famiglia, comprendendone la storia e le necessità, portando ad una evoluzione per la crescita e la guarigione. Ricordiamoci che si tratta di malattie che hanno un tasso di mortalità annuale del 0,5%, di frequente a causa di suicidi. Per questo occorre lavorare con attenzione e comprensione.

Ha parlato di collaborazione con la famiglia. Quanto conta, quanto è importante per il paziente?

La terapia di famiglia inizia con la seconda metà del novecento, anche se come mero coinvolgimento della famiglia nella cura della paziente. Col tempo si è avuta una notevole evoluzione dei metodi che ha portato ad un interesse nella ricostruzione della storia delle persone e delle relazioni. Si è passati dalla semplice osservazione allo studio retrospettivo e alla comprensione di ogni singolo modello familiare, coinvolgendo la famiglia nelle direzioni di terapia. L’ultimo passo è stato poi quello di aprirsi alla soggettività individuale, attraverso un metodo empatico che comprende, anziché anticipare, le risposte e le scelte della paziente man mano che esse insorgono, per acquisire fiducia e per dare sicurezza sia ai fragili pazienti che alle famiglie, che diventano parte integrante della comprensione delle problematiche del soggetto e della cura dello stesso attraverso i colloqui e la vita privata.
La famiglia diviene così un punto importante in quanto spesso è proprio l’elemento scatenate di queste patologie. Esistono famiglie in cui l’autonomia personale viene scoraggiata, o in cui non si esplicano gli scontri e i conflitti, portando ad uno spostamento dei problemi su fattori meno rilevanti della ragione dello scontro stesso. Spesso quindi una ragazza che si ammala di anoressia rivendica l’autonomia negata, o esprime una protesta verso un problema familiare. Il sintomo anoressico segnala sempre un conflitto, apre sempre una linea di frattura in una famiglia. Esistono poi le idee e le paure legate al mito familiare come valore supremo che con la frammentazione della famiglia, il litigio, la separazione, viene a mancare e si riflette nel soggetto come un evento distruttivo.

I genitori possono quindi essere coinvolti attivamente, nella cura della propria figlia?

I genitori diventano uno dei referenti primari nella terapia. Vengono informati, se ne rafforzano le competenze, si centra la prospettiva proprio sulle dinamiche relazionali in famiglia, per migliorare la gestione delle emozioni e portarli ad assumete un ruolo co-terapeutico. Gli incontri servono inoltre ad aumentare la loro fiducia nei confronti dell’equipe terapeutica, donando loro una nuova definizione genitoriale nel ciclo vitale della famiglia e supportandoli nell’evoluzione della terapia. Perché i genitori, vale la pena ripeterlo, sono l’elemento fondamentale per la corretta riuscita del percorso di guarigione.

postato da: Rogueleader alle ore 13:43 | link | commenti
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Intervista a Carolina Carlone

Carolina Carlone nasce nel 1964 a Ravenna, dove vive e lavora come insegnante di scuola primaria. Laureata in Storia Contemporanea, dalla metà degli anni Ottanta si rivolge alle nuove tecnologie e al loro utilizzo in ambito didattico con numerosi progetti di introduzione della multimedialità nelle scuole. Da questo interesse nasce il progetto, oramai attivo da cinque anni, realizzato in collaborazione con la coreografa Monica Francia “CorpoGiochi® a Scuola”. Pubblica la sua prima raccolta nel 1999, col titolo La Stanza del Tè. Seguono: Col Passo degli Esuli (2000), premio internazionale “Nuove Lettere”; Webcam (2002), precedentemente pubblicato su internet, premio “Vallesenio”; Ponti Mobili (2003) premio “Alpi Apuane”; Alessandro Speaks (2006), premio internazionale “San Domenichino”.

Conoscere Carolina Carlone davanti ad una tazza di ottimo tè mi ha aiutato a scoprirla prima di tutto come persona, affaccendata negli impegni scolastici e profondamente coinvolta nella scoperta delle emozioni e del mondo attraverso gli occhi dei bambini che segue e che ama; e poi come poetessa, convinta dell’autonomia dell’arte come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Una guida, ma anche una risorsa di grande cultura ed eclettici interessi con cui riflettere e confrontarsi.

Com’è nata la sua passione per la scrittura e per la poesia?

L’amore per la parola scritta c’è sempre stato, fin dalla giovane età. Ho da sempre interesse per la lettura, di ogni tipo. La poesia, come composizione, è stata per me una vocazione tardiva. Sebbene come lettura sia stata un mio vivo interesse da sempre, come scrittura è arrivata solo dai 20-25 anni. Certo, scrivevo, ma la mia forte autocritica mi portava sempre a tenere per me o gettare i testi composti. Mi dicevo: sono ricordi tuoi, non hanno dignità di stampa. Grazie ad amici come Luciano Benini Sforza e Nevio Spadoni ho ricevuto la spinta che mi serviva. Il loro invito, il loro suggerimento, è stato fondamentale. Dopo la prima pubblicazione ho stampato, in sette anni, cinque raccolte.

Come si coniuga il suo lavoro con lo studio su poesia e linguaggio?

Oltre alla lettura, ho un grande interesse per il linguaggio del corpo evocato da teatro e danza, quindi per la persona. Anche nella didattica i linguaggi si mischiano. Per far esprimere i bambini, anche quelli con deficit, occorre studiare ed utilizzare diversi tipi di linguaggio, renderli uguali e far capire loro che ci sono diverse possibilità di espressione. Chi non sa ancora leggere e scrivere, o ha difficoltà, può sfruttare il linguaggio visivo o la gestualità. Comprendere che ci sono molti modi per dialogare con li aiuta a crescere, a sentire fisicamente le proprie emozioni e la loro vicinanza gli uni agli altri.

Quale strada sta prendendo la scuola, in Italia?

È un momento di crisi che, come ogni momento buio, può avere grandi potenzialità. Il problema è che a scuola viene sottovalutata. Gli insegnanti privati sono spesso il punto terminale di tante problematiche, sia nella scuola che nella vita, coi bambini messi di fronte a mezzi inadeguati alla loro formazione e alla loro crescita. Questo viene spesso ignorato, considerando la scuola una routine in cui i bambini vanno per apprendere nulla più che la storia e la geografia. In questo senso, di scuola-industria, anche l’insegnante viene sminuito nella quotidianità, vedendosi negare gli stimoli per procede con passione nella sua professione. Mi piacerebbe una scuola con più mezzi, più opportunità, che rifondasse anche la professione di docente, fornendo più stimoli e possibilità sia ai professori che ai ragazzi, per investire sull’uomo e sulle sue capacità.

Lei ha pubblicato numerosi volumi di poesie. Cosa pensa possa fare la poesia, per la scuola e la formazione?

Può portare ad enormi passi avanti nell’insegnamento. La poesia e la narrativa aiutano la comprensione emozionale. I nostri bambini non sono stupidi, non sono dei minus sapiens, chiedono e hanno bisogno degli stessi stimoli che cercano gli adulti, dal punto di vista culturale. Per questo, anziché proporre le solite poesie ormai logore, da imparare a memoria, ai bambini consegno un elenco di opere forti. Sono loro a scegliere le poesie che più li interessano o li allettano, dopo una prima lettura. Il primo approccio al testo è infatti autonomo, senza filtri da parte mia. Questo permette ai bambini un’accostarsi liberamente ai testi e riversare in essi ciò che hanno dentro. È la scelta dettata dalla prima lettura che questo genera in loro curiosità e interesse nei significati che quelle parole portano. La comprensione, e la spiegazione del brano, giungono in seguito. Prima deve arrivare l’emozione.

Che influenza ha sulla sua scrittura il suo interesse per le arti e il rapporto con i bambini con cui lavora ogni giorno?

Penso che tutto quello che uno è, abbia rilevanza didattica… certamente si insegna meglio e con più passione ciò che si ama. Nel mio modo di insegnare, i linguaggi si mischiano: per far esprimere i bambini, anche quelli con diverse abilità, occorre studiare ed offrire diversi tipi di linguaggio e diversi approcci, in modo che ognuno possa trovare una propria modalità espressiva. E’ necessario creare curiosità e domande, piuttosto che fornire risposte già pronte. Penso che si debba sempre adottare uno stile maieutico, aiutandoli a crescere, a diventare grandi, a prendere un primo contatto con le proprie emozioni.

Quale strada sta prendendo la scuola, e la cultura, in Italia?

La scuola non è disgiunta dalla società. Vive un momento di crisi che, proprio perché tale, ha però anche grandissime potenzialità. Gli insegnanti sono spesso chiamati in prima linea a far fronte a tante problematiche, con bambini a cui spesso è venuta meno anche quella rete di sicurezze familiari che in passato li aiutava a crescere. Con una sgrammaticatura emozionale accentuata anche dai troppi modelli distorti che i media propongono loro.  Molte cose sono state di fatto delegate ai soli insegnanti. Forse troppe.

Come docente, mi piacerebbe una scuola pubblica più ricca, con più mezzi. Capace anche di investire sull’aggiornamento professionale, fornendo più possibilità e stimoli (anche economici) ai docenti, per investire sull’uomo e sulle sue capacità, invece di vederlo come mero tassello di un’azienda.

 

Può la poesia essere una risorsa per l'educazione?

Come tutte le Arti, la poesia parla dell’uomo e all’uomo. Tende allo sviluppo della sua sensibilità, della sua creatività e delle sue capacità espressive e spirituali. La loro valenza terapeutica e didattica è cosa ormai nota e universalmente condivisa. La poesia aiuta a capire le emozioni, a dar voce ai sentimenti. Credo che il piacere della lettura arrivi da lontano e sia uno degli obiettivi importanti della scuola primaria. Sicuramente la poesia per sua natura ha un livello di complessità maggiore rispetto ad altri generi di scrittura, ma ha anche un maggior potere evocativo e i bambini sono molto aperti e ricettivi. Penso si debbano fornire sempre esempi alti e forti, senza avere paura delle difficoltà. I bambini non vanno mai sottovalutati. Certo, bisogna essere capaci di spezzare il pane in piccoli bocconi, ma questo fa parte della professionalità di un docente.

 

Come può la poesia essere inserita nel contesto didattico?

Sulla didattica della poesia esiste una fiorente letteratura e tante bellissime esperienze. Io recentemente, nelle mie classi quinte, ho voluto fare un piccolo esperimento e ho fornito ai miei allievi una selezione di testi poetici di altissimo livello. Senza dare inizialmente alcuna parafrasi o spiegazione, ho chiesto loro di leggere e scegliere liberamente le poesie che più piacevano. La scelta è arrivata dalla prima lettura, dal primo incontro, e questo genera in loro curiosità e interesse nei significati che quelle parole portano. La spiegazione e la comprensione razionale sono giunte in seguito, prima è arrivata l’emozione. Quando ho chiesto che cosa li aveva colpiti dei testi scelti, tutti avevano colto qualche aspetto (un colore, un tono, uno stato d’animo, un’immagine) assolutamente pertinenti. Ho anche chiesto loro di impararne alcune a memoria e di recitarle ai compagni. Le hanno scelte da soli e sono stati lasciati liberi in questo. Credo che imparare a memoria dei versi sia una prassi importante che ultimamente a scuola è stata messa ingiustamente un po’ in disparte. La memoria fa sedimentare le parole nel fondo dell’animo: quando poi queste ci servono, affiorano spontaneamente, sono parte di noi e del nostro modo di esprimerci e relazionarci con gli altri.

 

Quali sono i progetti curati da lei sulla multimedialità nelle scuole?

Come le dicevo, sono sempre stata attratta dai linguaggi visivi e dalle nuove tecnologie e dalla metà degli anni Ottanta ho curato vari progetti relativi all’introduzione della multimedialità nella scuola di base, tra i quali una sperimentazione ministeriale triennale e il progetto “La Pagina - Il Sito - La Scena”, volto all’ utilizzo sia dei linguaggi ‘analogici’ del teatro e della danza che di quelli più squisitamente ‘digitali’. Negli ultimi dieci anni però ho allargato molto la mia idea di ‘multimedialità’ concentrando la mia attenzione sul linguaggio ‘analogico’ per eccellenza, quello del corpo e della danza. Proprio per la necessità pedagogica di mettere un accento sul vissuto personale ed emozionale dei bambini, che il corpo veicola ‘a pelle’. In quest’ambito si è sviluppato, assieme alla coreografa Monica Francia, il progetto “CorpoGiochi® a Scuola”.

Cos'è “CorpoGiochi® a Scuola” e cosa può dare ai ragazzi e agli insegnanti che vi partecipano?

“CorpoGiochi® a Scuola” è un progetto che nasce cinque anni fa, dall’incontro fra me, le mie colleghe e Monica Francia: ci siamo riconosciute in un certo modo di pensare la danza, l’educazione e la scuola. Monica, che aveva avuto una bambina, si era aperta a un grande interesse nei riguardi del mondo dell’infanzia e stava creando un metodo adatto all’età scolare, ‘CorpoGiochi®’ appunto. Io e le mie colleghe, partendo dalle nostre classi prime, lo abbiamo portato ‘a Scuola’, impegnandoci nella progettazione e nella realizzazione di percorsi didattici improntati alla massima interdisciplinarietà ed orientati alla prevenzione del disagio e della dispersione scolastica. Da subito abbiamo cercato di spiegare il nostro lavoro ai colleghi, realizzando corsi di formazione e materiale in cui altri docenti potessero trovare indicazioni, stimoli e suggestioni. Il progetto, grazie anche al sostegno del Comune di Ravenna, negli anni si è allargato fino a coinvolgere altri Istituti scolastici e alcune classi dell’indirizzo psicopedagogico del Liceo Classico ‘Alighieri’, con corsi di formazione alle ragazze che vengono poi a fare una prova sul campo, lavorando nelle classi coinvolte nel progetto. La presenza di figure educative così diverse fra loro per competenze, ruoli ed età, credo sia importante e bello per i bambini. Tutte lavorano agli stessi obiettivi: aiutarli a crescere nella loro globalità, creando un clima ‘caldo’ e positivo a scuola, perché l’apprendimento di qualsiasi cosa risulti più facile, tenendo sempre al centro l’interesse e la motivazione dei nostri alunni.

postato da: Rogueleader alle ore 13:40 | link | commenti
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