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domenica, 25 marzo 2007

LaVoce di Romagna - Martedì 20 febbraio 2007

Due pezzi: il primo è stato pubblicato. Il secondonon me lo vogliono pubblicare. Pavidi!

1.

In Italia si sta diffondendo, sul modello statunitense, un nuovo modo di esprimere la personale passione per il cinema: il costuming. I gruppi che se ne occupano sono frequentati da persone di ogni età, accomunate dalla costante e pignola ricerca di stoffe, oggetti, decori che sono poi assemblati fino a produrre i costumi indossati nei film dai protagonisti, dai personaggi secondari o dalle comparse che più colpiscono per bellezza o particolarità. Trovo questo mondo, fatto di raduni, presenze nei cinema per eventi particolari legati ad un determinato film, e apparizioni carnevalesche, molto interessante perché permette il fiorire anche in Italia di gruppi di confronto non solo sul cinema di genere o su titoli particolari, ma sulla cinematografia tutta. Spesso infatti i ragazzi che popolano questi club sono appassionati di cinema in generale, e trovano questo tipo di esternazione come un modo per entrare ancora di più nella magia e nel sogno che lo schermo non basta più a contenere. Nel nostro paese questi gruppi sono per lo più legati alla saga di Star Wars, ma non mancano i fan del Rocky Horror Show o di Star Trek, così come di fumetti (soprattutto giapponesi) e cartoni animati. Uno dei più attivi sul territorio nazionale è l’associazione culturale Jedi Outcast (www.jofc.net) che propone presenza in costume in tutta Italia ai principali eventi che vedono la fantascienza e il costuming in generale come protagonisti. “È importante sottolineare come la qualifica di Associazione Culturale apra un mondo stimolante, nascosto dietro la facciata del tradizionale fan club” sostiene il presidente Ciccotti “Il nostro gruppo è infatti spesso promotore di eventi a scopo benefico o divulgativo e di intrattenimento puro”. Trovo questo un ottimo modo per rendersi protagonisti in prima persona delle avventure viste sullo schermo e per entrare ancora di più nel cinema e nel suo potere di evasione, carpendone anche i segreti, attraverso la ricostruzione dei costumi e dei trucchi. È anche un modo, perché no, per divertirsi in compagnia, condividendo una passione che unisce, in nome dell’arte, persone di ogni estrazione sociale.

2.

Vorrei per un attimo soffermarmi su quello che sta diventando un problema, nella fruizione dei film in una sala cinematografica: lo scarso rispetto che la maggior parte degli spettatori ha nei confronti di chi condivide con loro la visione.  Non parlo di colpi di tosse, o di risate durante una commedia, ma di veri e propri esempi di arroganza quali commenti a voce alta sul film, parlottio tra coppie di fidanzati o amici, uso del cellulare sia per sms che per telefonate vere e proprie.  Certo, tutti paghiamo il prezzo del biglietto, per assistere ad una proiezione, ma è regola tacita ed universalmente nota che la sala cinematografica una volta spente le luci diventi un piccolo tempio in cui si consuma il rito del viaggio verso un’altra dimensione. Ritengo gli zotici debbano capire che secondo questo “accordo” è dovere di chiunque rispettare gli altri, lasciando quindi che la visione del film proceda senza disturbanti commenti o ronzii di sottofondo. È arrogante pensare di aver diritto a parlare ad alta voce solo perchè si è pagato il biglietto. I soldi sono spesi da tutti, e la maggioranza non solo ha rispetto per l’opera filmica, ma soprattutto per i fruitori con cui condivide l’esperienza. Un accenno anche sui cellulari: è mai possibile che non si riesca a stare un paio d’ore senza l’assillo dell’sms? Non basta spegnere la suoneria, per non danneggiare la visione agli altri. L’uso del cellulare in una sala buia ha come risultato una luce disturbante che non fa altro che distogliere l’attenzione del pubblico retrostante. Spero che queste persone imparino la civiltà e il rispetto, non solo nei confronti di altre persone, ma soprattuto nei confronti del cinema stesso, che non è divertimento stupido come lo sono i loro telefonini, ma passatempo spesso e volentieri culturale. Ciò va imputato anche ad una scarsa attenzione per l’arte e ad una scarsa educazione personale. Se la cultura spaventa tanto, esistono i pomeriggi in salotto a parlare di calcio, per questi incivili spettatori ahimè sempre più frequenti.

postato da: Rogueleader alle ore 17:57 | link | commenti (2)
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venerdì, 16 marzo 2007

Oggi è uscito su La Voce un articolo che non ha più  nulla del pezzo originale da me scritto. Riporto per tanto di seguito l'originale e non l'esemplare rimaneggiato senza il mio consenso. Prendo le distanze da ciò che la redazione ha pubblicato oggi.

Apre la mostra Felix Ravenna e la città, oggi come un tempo, torna ad essere Caput Mundi, mentre accanto a lei l’Impero è ormai al tramonto. Il Complesso di San Nicolò, bellissimo e suggestivo, fa da cornice ad una esposizione coinvolgente, che affianca la vita militare a quella aristocratica, passando per il popolo e la sua quotidianità a cavalo tra V e VI secolo. Un’esposizione che anticipa il futuro Museo Archeologico di Classe ma che non ne rappresenta certo una mera riduzione. L’esperienza si configura invece come un percorso di lettura e scoperta delle relazioni economiche, culturali, artistiche e commerciali fra Ravenna e le città dell’Alto Adriatico. La realizzazione della mostra è sostenuta dai Musei archeologici di Zagabria e Spalato, oltre che da numerosi enti locali, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Ministero dei Beni Culturali. Le influenze che Ravenna ebbe sulle città affacciate sull’Adriatico sono evidenti già ai primi contatti con l’arte gota. Sotto una teca illuminano la sala gli ori degli ornamenti bellici di un pugnale e di un elmo, affiancati all’argento di fibule e fibbie provenienti da Zagabria. Una ricchezza non solo nei materiali, ma soprattutto nelle fatture attente, nelle decorazioni eleganti che mantengono viva l’arte usata nel realizzarli. Accanto a questi, trovano posto numerose monete, del conio ravennate, a ribadire la centralità politica ed economica della città. Nell’immergersi in questo mondo si costeggiano i pavimenti mosaicati della basilica di San Severo, provenienti da Classe, qui proposti alla fruizione in tappeti distinti che in futuro saranno ricomposti per riproporre l’originale pavimentazione. Una strada lastricata di decori che porta a mosaici, capitelli, reliquiari in argento, formelle d’avorio, verso le due zone più suggestive dell’esposizione: la ricostruzione di un magazzino di anfore e l’intima collocazione del Tesoretto, pezzo forte della mostra, rinchiuso in una stanza in penombra. Pezzi di una liturgia vecchia di quindici secoli che ritorna a nuova vita grazie ad un restauro attento e splendidamente condotto. La lucentezza degli argenti che compongono il piatto e i cucchiai del Tesoretto riporta al momento del suo seppellimento, all’attimo esatto in cui fu donato alla storia e quindi ai nostri occhi. Accanto a questo si possono ammirare oggetti rinvenuti negli ultimi due anni di scavi e subito restaurati, per permettere al visitatore di godere la vista di “pezzi inediti”, così come di reperti recuperati dai magazzini dei musei che hanno collaborato a questo grande evento. Una riscoperta, attraverso un lavoro corale, per far sentire ancora una volta Ravenna regina d’Adriatico. RavennAntica ha il grande merito di presentarci una capitale religiosa (cristianesimo e cultura greco-latina convivono negli esempi artistici presentati), culturale ed economica, una città ricca e vitale che a distanza di quindici secoli reclama ancora la corona che, come dimostra questa esposizione, per diritto le spetta.

postato da: Rogueleader alle ore 12:54 | link | commenti
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martedì, 13 marzo 2007

LaVoce di Romagna - Martedì 13 marzo 2007 - Terza Pagina

Sono stato a volte accusato di preferire le multisale ai vecchi cinema tradizionali, che ormai stanno scomparendo, per via della possibilità di fare incetta di bibite e popcorn. Premesso che io non sopporto chi al cimena biascica, non solo perchè disturbante per gli altri (le patatine, soprattutto, hanno un potere particolare nel generare rumore in mano al solito affaamto spettatore occasionale) ma anche perchè scarsamente rispettoso per chi preferisce godersi il film in silenzio e cenare in seguito, cosa di certo non troppo difficile... vorrei arrivare al punto, comunque. Credo le multisale siano preferibili soprattutto perchè rendono giustizia all’opera cinematografica con schermi ampi che permettono di cogliere meglio i dettagli; audio di qualità, per assaporare ciò che compone il cinquanta per cento di un film: la colonna sonora; e non ultime poltrone comode che lasciano lo spettatore a perdersi nella finzione del cinema senza preoccuparsi dell’indolenzimento che ne seguirà. Purtroppo ciò che rende obsoleti i cinema tradizionali non sono i titoli in programmazione, spesso superiori a quelli delle multisale, ma proprio la mancanza di adeguatezza della strumentazione. Un audio scadente può far perdere molto, di un film, così come uno schermo troppo piccolo. A volte poi i disturbi ambientali quali campane, motori, ronzii dovuti agli impianti d’aria a vista rovinano la visione del film. Credo che il rilancio di queste piccole sale non debba avvenire per un ritorno al “vero cinema”, perchè l’arte cinematografica non è bella in virtù del suo contenitore, bensì in virtù della sua migliore fruizione. Un cinema che permette di vedere e sentire un film così come il regista a pensato di proporlo è certamente da preferire. Al momento le multisale sono l’unico luogo in grado di offrire questo. Sono il luogo di quel “vero cinema” cui proprio gli oppositori delle grandi compagnie anelano.

postato da: Rogueleader alle ore 12:14 | link | commenti (1)
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giovedì, 08 marzo 2007

"Mi è venuta in mente un'idea per un nuovo gioco. Si chiama Il Vecchio Gioco. Ci sono tre anziani sul palco, ognuno con una pistola carica. Guardano indietro, alle loro vite, vedono quello che erano, cosa hanno realizzato, quanto sono andati vicino a realizzare i loro sogni.
Vince chi non si fa saltare il cervello.
Si vince un frigorifero."

Confessioni di una Mente Pericolosa
- Charlie Kaufman
postato da: Rogueleader alle ore 14:42 | link | commenti
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domenica, 04 marzo 2007

LaVoce di Romagna - Lunedì 5 marzo 2007 - Romagna di Lunedì

Benito La Mantia è nato a Palermo, nel 1940. Vive a Mezzano con la compagna Gabriella Cucca, in passato poetessa. Mi ha colpito subito la loro accoglienza, nell’abitazione di campagna. Sanno mettere a proprio agio l’ospite “indiscreto” con grande naturalezza e piacevolissima capacità dialettica.

I libri di La Mantia, non solo poetici ma anche di narrativa e saggistica,sono stati tradotti nei principali paesi anglofoni e di lingua spagnola. Di lui si è occupata la critica italiana e straniera con recensioni apparse su principali quotidiani e riviste.

Dopo numerose pubblicazioni e riconoscimenti internazionali i due hanno iniziato una collaborazione che ha portato nel febbraio 2007 alla pubblicazione di Libri Proibiti, un volume sulla censura Cattolica della letteratura e dell’arte costato alla coppia tre anni di attento scavo nel passato dell’Indice dei Libri Proibiti e nel materiale ad esso relativo. Un volume molto interessante che, con la prefazione della senatrice Lidia Menapace, ha la particolarità di elencare in appendice autori ed opere presenti negli Indici Romani dal 1559 al 1966, con l’aggiunta di autori ed opere vietati ma non inseriti negli elenchi ufficiali.

In occasione dell’uscita del volume Libri Proibiti, e della sua presentazione il 15 marzo alla libreria Feltrinelli di Ravenna, ho incontrato La Mantia assieme alla compagna Gabriella. Entrambi molto cordiali e disponibili, mi hanno parlato dell’arte dello scrittore e della cultura italiana così come emersa nel corso delle ultime ricerche svolte assieme.

Quando ha cominciato a scrivere?

Ho iniziato in giovane età. Come succede sempre, prima con cose di poco valore. Le pubblicazioni sono arrivate attorno ai miei quarant’anni perché non ero convinto, prima, di quanto valessero i miei lavori. Succede sempre, quando inizi a scrivere, che quello che un giorno ti sembra bellissimo, il giorno dopo non ha più quel fascino. Quello che conta è avere l’umiltà di crescere, di maturare per migliorarsi, di criticarsi per imparare dalle proprie esperienze.

Come ha capito che era la scrittura il veicolo a lei più congeniale?

È stato l’incontro con un professore che mi ha insegnato a pensare, a riflettere. Grazie a lui, che esaminava i miei lavori con giudizio oggettivo permettendomi quindi di capirne gli errori, ho cominciato questo cammino.

Saggista storico, narratore, poeta. Quale di queste forme le è più cara e trova più adatta a ciò che vuol trasmettere?

Ognuno ha diverse fasi culturali, nella propria vita. Al momento la saggistica storica mi interessa moltissimo. La poesia, ormai, per me è un cammino che si sta concludendo. È scemato l’interesse per una forma sublime che non vende quanto dovrebbe, in Italia. All’estero le letture poetiche sono molto più apprezzate e seguite, qui purtroppo c’è scarsissimo interesse. Ora, nella dimensione del saggio, posso esprimere le idee che più mi interessano restando molto vicino al pubblico.

Quali sono le tematiche a lei più care, in questi lavori?

Nella poesia non ho mai avuto un tema particolare, ho cercato di portarvi il passato ma rivisto come chiave per leggere il presente, attraverso ironia ed autoironia. La poesia ha la grande forza di trasmettere molti significati in pochissime righe, è una forma dalla grandissima espressività. Questo mi ha permesso di spaziare nei temi senza rimanere legato ad un discorso in particolare. L’importante è raccontare il presente, anche se attraverso esempi o eventi passati.

Quanto è stato importante, nella sua formazione ed evoluzione come scrittore, il rapporto con la letteratura?

Fondamentale. Ho cominciato da lì, leggendo di tutto. Prima i classici dell’800 e contemporanei, poi mi sono spostato per gradi fino ad arrivare ai greci e i latini, che non solo sono immortali, ma hanno ancora tantissimo da insegnare.

La poesia è stata un approdo cercato o una evoluzione naturale?

È stato molto spontaneo. È la forma espressiva più intensa, più significativa e curiosamente più elementare. È l’approccio primo alla letteratura, facilita l’avvicinarsi all’uso delle parole per esprimere significati e immagini e l’accostarsi alla costruzione di un’architettura più complessa come quella del racconto, che richiede maggiori capacità in tal senso. Anche se i primi tentativi sono estremamente scadenti, in genere.

Lei è nato nel 1940, ed ha vissuto il periodo più complesso e difficile per l’Italia e la sua cultura. Quanto della sua esperienza di vita è entrato come soggetto o base di partenza per i suoi lavori?

In realtà è stata importante solo nella mia formazione. Non ho mai trattato questi argomenti nelle poesie o nella narrativa. Insisto su temi più specifici, portati come chiave di lettura del presente dove ci sono tematiche molto più urgenti che non quelle ormai esaurite del passato. Vivere nel presente significa saper scegliere le opzioni che adesso ti vengono offerte. Ciò vale anche per la saggistica: indagare il passato serve proprio a capire il presente.

Vorrei passare alla sua ultima pubblicazione. Da quali esigenze è nato il volume Libri Proibiti?

Siamo (La Mantia e Cucca, n.d.a.) studiosi soprattutto del periodo inquisitoriale. Io, nel 1999, ho pubblicato un volume sul processo del Clero a Niccolò Franco, poeta del ‘500, che fu impiccato per aver scritto un libello contro Paolo IV Carafa. Da lì è nato il nostro interesse per il periodo ed è emerso, dalle ricerche fatte, un tema estremamente importante per le conseguenze che ha avuto sulla cultura e sulla società: l’Indice dei Libri Proibiti che la Chiesa Cattolica iniziò nel 1559 e terminò solo nel 1966. Restrizioni che, nonostante la dismissione formale dell’indice, restavano valide per i cattolici. Una censura ancora viva nei confronti di teologi e laici. Basti pensare al comportamento nei confronti dei libri di Brown e di Augias, o alla recente scoperta di una listi di libri “vietati” per gli aderenti all’Opus Dei. Nel nostro libro viene ricordato, in un cammino dai più antichi ai più moderni esempi, come i pensatori più liberi e più influenti venissero soffocati. È la storia di un potere mantenuto col controllo del pensiero della gente.

È un po’ ciò che oggi sta accadendo sul versante mediorientale...

Quello che la Chiesa Romana faceva cinquecento anni fa lo stano facendo oggi i musulmani, con ipocrisia, ignoranza e fanatismo.

Come è stato lavorare con la sua compagna a questa ricerca?

La nostra collaborazione era partita già con i miei precedenti lavori. È sfociata ora in una ricerca durata tre anni all’interno di questo argomento di interesse comune, che ci ha dato grandissime soddisfazioni. Molte ottime recensioni e grandi vendite.

Quindi entrambi avete trovato una nuova accogliente dimensione nella saggistica storica...

Gabriella Cucca: Come inizio non è certo facile. Non è la mia dimensione, ma è stato molto bello soprattutto creare un testo divulgativo, non accademico, per raggiungere un pubblico più vasto. I testi accademici che compaiono in bibliografia sono solo tre, a riprova di questo.
Benito La Mantia: Abbiamo dato nuova ampiezza alla questione, senza appesantirla, perché tutti vi si potessero avvicinare.

Il vostro libro parla quindi di cultura e controllo di essa. Quel’è, per La Mantia, l’importanza della libertà culturale?

Direi fondamentale. È l’arma migliore che un individuo può possedere. Oggi trovo sconfortante constatare come troppe persone non sappiano pensare, e ciò è riscontrabile osservando la ristretta percentuale di coloro che si avvicinano alla lettura, ormai l’unico strumento per imparare a pensare liberamente e crearsi una cultura personale.

Riscontra ora, in particolare nella televisione, un comportamento analogo a quello descritto in Libri Proibiti?

Certamente. Lo spettacolo sta soffocando ogni forma di informazione. Anche il telegiornale è spettacolarizzato, e spesso ciò deturpa e distorce l’informazione stessa. La pochissima programmazione culturale è letteralmente soffocata dallo spettacolo misero e piatto. Questa è una scelta precisa tesa a modificare i valori degli individui, che vengono ridotti a meri consumatori.

Quale pensa sia il livello culturale italiano, al momento?

Bassissimo. Ci sono pochissime speranze, per la cultura italiana. Mancano i fermenti culturali di qualsiasi natura. Ormai solo il corpo è espressione, attraverso cose insignificanti come orecchini, tatuaggi, immagini sulle magliette. È una distrazione che allontana le persone dai veri veicoli della rinascita culturale: il pensiero, la parola, la letteratura, l’arte. Dare la falsa impressione di poter esprimere ideali attraverso questi elementi superficiali permette un controllo maggiore del pensiero e delle sue esternazioni.

Qual è la colpa del Clero? E come ha influito sulla formazione della cultura contemporanea?

Con dispiacere ho rilevato come la Chiesa trasferisca nella politica molto del suo peso. Cerca ancora di stabilire valori assoluti per tutto il popolo, senza contare la pluralità di credi. Con l’Indice ha cercato di bloccare una grandissima fetta di cultura europea, ora in politica cerca di avere il controllo sugli ultimi capisaldi della sua ideologia. Ma dovrebbe rispettare chi è di altre religioni, chi è ateo, chi è agnostico.

Quali sono le prospettive concrete per la cultura italiana, visto come stanno ora le cose?

Sono estremamente pessimista, su questo punto. Non mi manca comunque la speranza di poter vedere una rinascita, lenta, attraverso la costruzione di nuovi valori, di nuove forme culturali.

Cosa pensa occorra all’Italia per ristabilire un primato culturale ormai troppo antico?

La gente dovrebbe avvicinarsi alla conoscenza in ogni campo. La cultura e il primato italiano possono rinascere solo con lo studio, che porta l’individuo a ragionare, a pensare, ad arrivare a conclusioni proprie su ogni argomento. Ma il processo cui si sta assistendo è esattamente opposto. In quest’ottica, abbiamo strutturato Libri Proibiti come un saggio che non vuole ricalcare la forma di un testo accademico, ma diventare lo spunto per riflessioni personali sulle tematiche presentate e documentate nel volume. Lo scopo non è solo quello di delineare un periodo storico, ma soprattutto di far capire come l’aridità culturale di oggi sia anche colpa del controllo sul pensiero di ieri.

La poesia, forma letteraria meno seguita dai lettori, che ruolo potrebbe giocare in tutto questo?

È la forma più alta, più sintetica, più carica di significati. È quella che meglio si presta alla rinascita culturale e alla circolazione delle idee e delle suggestioni. Purtroppo è sempre meno frequentata.

Avete qualche progetto nel cassetto?

Abbiamo alcune idee e alcuni progetti, ma è ancora troppo presto per parlarne. Sono comunque scelte nuove e aperte al grande pubblico, senza mancare di spunti per una libera riflessione.

postato da: Rogueleader alle ore 22:22 | link | commenti
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