Ci sono giornate che si snodano uguali, composte degli stessi gesti, animate dalle stesse parole. E giornate che iniziano allo stesso modo, ma prendono poi direzioni inaspettate, così come i cieli che minacciano pioggia si aprono svelando i raggi del sole estivo. È questo, un incontro con Eugenio Vitali: dopo aver varcato la sua soglia, la giornata si trasforma, il cielo si apre, e l’animo ne esce rafforzato, quieto ma al contempo scalpitante. La tranquillità e la pacatezza che Vitali trasmette sono il segno della sua grande esperienza di vita, che riesce ad esprimete attraverso parole graffianti ma che sanno accarezzare l’animo attraverso immagini dolci e crudeli allo stesso tempo.
Nato nel 1934 a Ravenna, falegname fino al 1996, non ha mai abbandonato l’umiltà e la semplicità che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita. Un gentiluomo dalla grande personalità e forza d’animo, che lo portano ad essere indubbiamente il miglior poeta in lingua che Ravenna può vantare. Con fierezza parla del suo passato come un percorso conquistato duramente, guadagnato attimo per attimo, da raccontare a testa alta perché finalmente compreso, osservato da fuori ed assaporato ancora una volta tramite la ricerca poetica. Un secondo passaggio che lo porta a capire anche il mondo che lo circonda, permettendogli di lanciare un messaggio forte, risonante, nonostante la voce pacata del poeta che lo esprime.
Vincitore di numerosi premi, tra i quali vale la pena ricordare il Premio “Dino Campana” per Concerto Atomico e del Primo Premio Internazionale Città di Moncalieri per l’ultimo volume, Testata d’Angolo. Poeta dal 1961, non ha mai smesso di invitare i propri lettori a conoscere sé stessi, per creare un mondo in cui l’uomo non è solo apparenza isolata dalle altre, ma essenza vera, piena, inserita nella società che egli anima.
Quando ha cominciato a scrivere?
Ho iniziato nel 1961, pubblicando la prima raccolta: Ballata Breve. Non ho mai atteso molto, tra una pubblicazione e l’altra, al massimo cinque anni. La pausa più lunga è stata quella per Testata d’Angolo.
Una lunga lista di pubblicazioni, un gran numero di premi. Testata d’Angolo è l’ultima tappa di un percorso lungo quarantasei anni, pieno di soddisfazioni... Perché ha sentito il bisogno di iniziare questo cammino? La poesia è stata una scelta personale o è giunta naturalmente?
Ho iniziato ad interessarmi alla poesia soprattutto per conoscere me stesso e crescere. La forma poetica è arrivata da sola, senza una scelta pensata. È apparsa come il percorso più naturale. Quando ho iniziato, la maggiore difficoltà è stata essere autodidatta. Passare dalle letture elementari (ho acquisito privatamente la licenza media solo molti anni dopo) ai “poeti maledetti”, o ai grandi poeti contemporanei, è stato scioccante. È mancata una via intermedia. Ma questo mi ha aiutato a capire che in un mondo limitato, quello in cui io vivevo e lavoravo come falegname, grazie alla poesia si poteva vivere diversamente, in maniera più aperta, ricettiva, per capire sé stessi e la società. Nel mio laboratorio ero attento ad ogni pensiero, ogni idea, e scrivevo i brani su piccoli pezzi di compensato che portavo poi a casa per svilupparli in tranquillità. Ho cessato l’attività nel 1996, undici anni fa, e non ho smesso di scrivere e di conoscermi. Anche se per me stesso non ho mai scritto. La poesia significa capire il modo in cui uno vive la propria vita, e capire in questo il mutamento del mondo, il linguaggio degli altri.
A proposito di Testata d’Angolo, ora in ristampa, come mai una pausa di ben dieci anni prima della pubblicazione?
È stata una raccolta sofferta. Ero arrivato ad un momento in cui dovevo trarre i conti con la vita e verso la vita. Conoscermi, domandarmi chi sono, come ho vissuto. Naturalmente non è stato solo questo, il motivo. Ho avuto bisogno di tempo anche per riordinare le idee. Negli ultimi anni temevo addirittura ad avvicinarmi al manoscritto, pensavo non fosse più attuale. Non lo sentivo più, da tanto tempo gli avevo dedicato, da tante energie vi avevo speso. Nel frattempo comunque ho pubblicato Gli Occhi del Tempo, séguito di Ravenna la Durata di un Trapasso, e Deserti, un piccolo libro di aforismi.
L’importanza della sua ultima raccolta, oltre che essere sancita dal lungo tempo di gestazione, è anche sottolineata dal titolo...
Certo, Testata d’Angolo deriva da una parabola dei Vangeli. Vuole descrivere l’importanza del percorso civile intrapreso nella conoscenza, non solo della mia vita, ma di ciò che mi ha circondato in questi anni. Ne emerge la figura di un poeta che sa ascoltare, che assume il ruolo che in quella parabola si riferisce a Gesù. Il ruolo che dovrebbe avere anche oggi il poeta, nei confronti della gente. “Lui è la pietra scartata dai costruttori, che è diventata testata d’angolo” (At 4,11, N.d.A.).
Non si è dedicato solo alla poesia tradizionale. Lei è conosciuto anche per una particolare invenzione letteraria: il libro da affissione. Di cosa si tratta? Com’è nata questa idea?
Nel 1971 ho attuato un progetto che sentivo molto: quello dei manifesti recanti una poesia da affiggere ai muri delle città italiane. Ogni città con una poesia diversa, naturalmente. Era una sorta di denuncia civile verso una società che ti trascina lontano da una certa realtà. Dopo un primo imbarazzo da parte della critica, ne ebbi subito il favore. Cercavo di far uscire la poesia da libri. Non che questi la nascondano, tutt’al più la conservano, ma volevo che la poesia fosse data a tutti. Il progetto è partito da Cesena, per approdare poi a Pesaro, L’Aquila, Bologna, Palermo. Un successo che vide interessati i maggiori quotidiani e la RAI, nella diffusione di questa forma inusuale. Quindici anni dopo fui invitato alla Biennale di Alessandria, dove misi le poesie su manifesti sparsi per tutta la sala degli incontri culturali. Dopo 2 mesi uscì un articolo riguardante alcuni poeti di Milano che si erano appropriati della mia idea diffondendo per la città manifesti recanti poesie. Il quotidiano la presentò come una grande e importante novità in ambito letterario, quando io avevo già diffuso e fatto conoscere questo nuovo veicolo di divulgazione, per il quale sono citato in numerosi volumi di letteratura italiana contemporanea.
Si è cimentato anche con la poesia visiva. Pensa possa offrire qualcosa in più che non la classica composizione letteraria?
Ho sperimentato la poesia visiva con il volume Concertomico. Penso possa offrire di più, che non la composizione poetica tradizionale,perché alla lettura si aggiunge il segno, che aiuta a riflettere e comprendere il senso dell’opera, ad interpretarla. È una forma più vicina ad ogni tipo di lettore.
Nevio Spadoni, della sua poesia, scrive: “eccellenti metafore di un male cosmico [...] un’era virtuale ormai priva di gesti vivi [...] un progresso falso e disumanizzante”. Come mai ha scelto una forma così particolare di scrittura, con immagini che sembrano provenire dalla realtà onirica, per parlare in modo così concreto della società?
La mia poesia cerca, nella sua ambiguità, di essere diretta. È stata definita “poesia killer”, perché è scioccante a causa della sua crudezza di espressione, ed è tagliente proprio per questa sua immediatezza nel decifrare le immagini la compongono. È un modo per descrivere meglio ciò che penso stia accadendo e che coinvolge tutti.
Cosa rimprovera, con la sua poesia, all’epoca contemporanea e all’uomo?
Nella vita di oggi, dal mio puto di vista, manca alle nuove generazioni l’apprendistato alla vita, in tutti i sensi. Raggiungere una cosa, ai miei tempi, era difficile, occorreva aspettare e non sempre si aveva la possibilità di arrivare al traguardo. Era un percorso che rafforzava. Oggi invece si raggiunge la meta troppo facilmente, e una volta raggiunta, essa è già vecchia, superata, quindi si passa a cercarne altre. Trovando in realtà un continuo vuoto e disorientamento. A causa di questo, oggi non si è mai interamente sé stessi. Si è persa la dimensione dell’uomo; conta solo l’apparire, non l’essere nella propria interiorità.
Cosa serve, quindi, all’uomo, per recuperare la sua dimensione?
Guardarsi maggiormente dentro. Chi siamo, chi è l’altro. Manca il dialogo, che oggi avviene attraverso cose fredde, come tv, telefonini, internet. Chi ti sorride per strada, alla ricerca di un saluto, è visto quasi come un nemico. L’uomo stesso non si accorge di essere così distaccato, freddo. Queste sono le generazioni che governeranno le città e i paesi. Cosa si potrà ricavare da questo se non violenza?
La poesia, in questa prospettiva, che ruolo dovrebbe assumere?
Dovrebbe scardinare le ipocrisie, le tantissime falsità. La vita è fatta di vetrine a colori, che ci attirano ma ci abbagliano quando siamo abbastanza vicini dall’osservarle per ciò che sono, lasciandoci confusi. Il poeta stesso dovrebbe entrare in parlamento, per una politica vera tesa all’uomo, per spiegare alla società come stanno oggi i valori e come dovrebbero essere invece ricostruiti gli equilibri. Il poeta deve aprire spazi negli spazi, per andare incontro a tutti.